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Decarbonizzazione e circolarità, a che punto è l’Italia nei due pilastri della green economy

Nel corso della kermesse Ecomondo-Key energy, conclusasi a Rimini, è stata presentata la Relazione sullo stato della green economy 2022, che fa il punto sulla transizione ecologica nel nostro Paese.

«La green economy – spiega Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – è ormai un cambiamento in corso. In Italia dispone di buoni potenziali di sviluppo: numerose imprese hanno intrapreso un percorso verso la transizione green non solo per necessità ma come opportunità di sviluppo anche sui mercati internazionali. L’aumento dei costi dell’energia, la scarsità delle materie prime, possono fare da acceleratore nella direzione green».

Sulle due priorità della green economy nella transizione ecologica – ovvero decarbonizzazione e circolarità – di fatto i progressi non sono però molti.

Si guardi alla dimensione della circolarità: dalla Relazione emerge un’Italia che «guida la classifica europea della produttività delle risorse con 3,5 euro di Pil per ogni kg di risorse utilizzate, il 60% in più della media europea» ed è al contempo «leader nel tasso di riciclo di tutti i rifiuti, urbani e speciali, con il 67,5% a fronte del 40,9% della Germania», sebbene al netto della strutturale incertezza che riguarda soprattutto la gestione dei rifiuti speciali (si pensi ad esempio ai rifiuti da costruzione e demolizione).

Si tratta di risultati ragguardevoli nel contesto europeo, ma da accostare al fatto che il tasso di utilizzo circolare dei materiali è fermo al 21,6%: siamo anche in questo caso ben oltre la media europea (12,8%) come anche al dato tedesco (13,4%), ma ciò non toglie che il 78,4% della nostra economia è ancora non circolare.

Un dato che accomuna la dimensione della circolarità a quella della decarbonizzazione, dato che le fonti rinnovabili soddisfano circa il 20% dei consumi finali lordi di energia. L’aspetto più soprendente, in questo caso, è che la performance italiana è addirittura in declino.

«Nel 2021 il consumo di energia da fonti rinnovabili è cresciuto del 3% sull’anno precedente. Poiché i consumi di energia sono aumentati, la quota di rinnovabili sul consumo finale di energia è diminuita: dal 20,4% del 2020 al 18,9% del 2021», spiega la Relazione. Ma a preoccupare di più è il trend osservato negli ultimi anni: «Tra il 2014 e il 2020 in Italia la crescita media della quota di rinnovabili sul consumo finale è stata di appena lo 0,5% ogni anno, il valore più basso tra i grandi Paesi europei e distante anche dalla media Ue27 dello 0,8%».

Eppure le rinnovabili sono meno costose del gas, sicure e disponibili, fanno bene al clima e all’occupazione. Che si deve fare per farle crescere di più e più rapidamente? La prima necessità messa in evidenza da Ronchi è quella di «contrastare con più decisione ignoranza e pregiudizi sulle rinnovabili chiarendo i vantaggi economici e ambientali», facendo leva dunque su un’informazione e comunicazione ambientale di qualità.

Il che permetterebbe anche di mettere a frutto le ulteriori risorse europee indirizzate alla decarbonizzazione: «RePowerEu prevede azioni volte ad aumentare i target di risparmio energetico e aumenti della produzione di energia da fonti rinnovabili, nonché misure per diversificare gli approvvigionamenti. La Commissione – ha sottolineato Ronchi – ha invitato gli Stati membri a realizzare RePowerEu aggiungendo un capitolo ai Pnrr, applicando le regole già fissate per accedere ai nuovi finanziamenti, con previsione di riforme e investimenti, con obiettivi e traguardi da raggiungere in tempi definiti, entro il 2026. La proposta prevede che a questo piano siano destinati 300 miliardi da ripartire fra gli Stati membri».

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