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Economia circolare, Monni: «Il Piano regionale punta all’autosufficienza per rifiuti urbani e speciali»

Si è svolta nel Comune di Livorno la quinta tappa del percorso partecipativo per la predisposizione del nuovo Piano regionale dell’economia circolare, offrendo l’occasione per una riflessione approfondita in particolare sugli impianti: quelli attualmente presenti – come il termovalorizzatore labronico – e quelli che potrebbero arrivare tra le 41 proposte (sei delle quali ricadenti su Livorno e provincia) pervenute tramite l’avviso pubblico bandito dalla Regione.

«Questo territorio – ha esordito il sindaco Luca Salvetti, aprendo l’incontro – presenta da una parte criticità, dall’altra grandi opportunità sull’economia circolare: il ragionamento sul futuro passa dal superamento dell’inceneritore, con la convinzione da parte dell’Amministrazione comunale di gestire questo percorso con buonsenso. Noi siamo convinti di questa idea, a patto che vengano salvaguardati il livello occupazionale e l’equilibrio di bilancio di Aamps, oltre che la gestione complessiva del ciclo dei rifiuti in Toscana, il che ci riporta all’importanza di questo incontro in cui c’è la possibilità di un confronto puntuale tra Regione, cittadini e stakeholder».

Un confronto che, formalmente, dà la possibilità di incidere direttamente sul processo decisionale ancora in corso. La proposta di Piano verrà inoltrata dalla Giunta al Consiglio regionale nel mese di settembre, e la partecipazione non sarà solo un orpello: gli esiti di tutti gli incontri (insieme ai contributi che arriveranno vie email entro l’8 settembre) confluiranno nel rapporto della Garante per la partecipazione e varranno come proposta di contenuto di Piano fatta dalla collettività alla Regione, che per legge ha un obbligo di fornire decisione espressa e motivazione adeguata sui risultati della partecipazione. In altre parole, la Regione potrà ovviamente bocciare le proposte partecipative – restiamo pur sempre una democrazia rappresentativa – ma ha l’obbligo di decidere nel merito e motivare la sua scelta.

Nel merito, tra i contributi più rilevanti emersi nell’ambito dell’incontro livornese spicca quello offerto da Giovanni Golino in qualità di segretario generale della Fp-Cgil provinciale.

«Non c’è contrapposizione tra lavoro e ambiente, in quanto la tutela dell’ambiente si fa proprio con gli impianti – ha sottolineato Golino – Dobbiamo dunque difendere gli impianti necessari ad una corretta gestione rifiuti e anzi incrementare la dotazione impiantistica a disposizione del territorio. Per questo, a nostro avviso, il termovalorizzatore di Livorno va difeso: si tratta di un impianto pubblico che fa il bene della città, con emissioni al camino eccellenti come certifica Arpat, rispetta abbondantemente tutti i limiti d’emissione previsti dalla legge ed è dotato di tutte le migliori tecnologie disponibili (Bat) e se volessimo raggiungere l’eccellenza basterebbe installare un filtro catalitico per gli ossidi di azoto. Il termovalorizzatore consente anche di mantenere il bilancio Aamps (la Società operativa locale di Retiambiente che si occupata dei servizi d’igiene urbana in città, ndr), perché la dinamica del solo servizio di raccolta rifiuti rappresenta un costo economico puro. Per noi è necessario rinnovare l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) all’impianto, ma se questo è un tema divisivo mi sento di fare una proposta: rinnoviamo l’Aia realizzando un accordo tra tutti i soggetti interessati, che permetta di mantenere acceso il termovalorizzatore solo finché non saranno operativi impianti alternativi come i gassificatori presentati alla Regione in sede di avviso pubblico».

Ad oggi i termovalorizzatori attivi in Regione sono quattro (a Livorno, Montale, San Zeno, Poggibonsi), con San Zeno in ampliamento mentre per Livorno e Montale è prevista la dismissione al 2023.

Per affrontare il tema la Regione – come ha spiegato l’assessora all’Ambiente, Monia Monni – parte dal presupposto che vede il perimetro di stretta competenza pubblica (i rifiuti urbani) già in «autosufficienza tranne per 156mila t/a di rifiuti organici che vengono esportati», ai quali sarà necessario fare fronte tramite nuovi biodigestori, che dovranno anche sostituire almeno in parte i vecchi e inefficienti impianti di compostaggio presenti sul territorio.

Il problema è che oltre agli urbani c’è molto di più: l’80% circa di tutti i rifiuti che generiamo sono speciali – grossolanamente, tutto ciò che non differenziamo all’interno delle nostre case, dai rifiuti delle industrie ai rifiuti generati dal trattamento di altri rifiuti (urbani compresi) o dalla depurazione delle acque (civili e non) –, sui quali la mano pubblica non ha competenza diretta. Ma è sempre la Regione ad autorizzare (o meno) nuovi impianti per gestire i rifiuti speciali.

«La competenza del Piano – argomenta Monni – riguarda il ciclo dei rifiuti urbani e pianifica i relativi impianti, ma tocca anche i rifiuti speciali in funzione programmatoria, anche perché la differenza tra “urbani” e “speciali” è meramente normativa e serve un presidio pubblico forte su questo fronte. Per questo abbiamo aperto 11 tavoli di confronto con altrettanti distretti produttivi, studiando quali sono le modalità migliori per la gestione rifiuti. Tutto questo confluirà nel Piano regionale, con l’obiettivo generale dell’autosufficienza regionale, anche per i rifiuti speciali».

Per provare a traguardare l’obiettivo, la Regione ha scelto un approccio meno muscolare rispetto al Piano regionale del 2014 – che è poi naufragato senza raggiungere nessuno dei principali target – provando a raccogliere proposte sugli impianti da realizzare direttamente dai territori, pur «mantenendo la possibilità di indicare in ogni momento la tipologia di impianto da realizzare e dove».

Tra le 41 proposte arrivate le più interessanti vertono sulla gassificazione, o meglio sul riciclo chimico – con tre “distretti circolari” possibili –, che presenta performance ambientali migliori rispetto alla termovalorizzazione e permetterebbe di dare nuovo valore ai rifiuti secchi non riciclabili meccanicamente (il fabbisogno impiantistico regionale in quest’ambito è stimato in circa 600mila t/a).

«Questi impianti potranno trattare sia rifiuti urbani sia speciali – argomenta Monni –, sono in grado di valorizzare sia il Css (il Combustibile solido secondario in uscita dagli impianti Tmb per il trattamento dell’indifferenziato, ndr) sia il plasmix (ovvero quelle plastiche miste degli imballaggi post consumo che è difficile quando non impossibile riciclare meccanicamente, e che rappresentano ormai il 70% di tutta la raccolta differenziata della plastica toscana, ndr), producendo metanolo, etanolo o idrogeno. Quello proposto per l’empolese (con un progetto ricalibrato su 256mila t/a, inizialmente pensate per Pontedera, ndr), che noi vorremmo fosse il primo ad essere realizzato in quanto anche l’Ato centro deve dimostrare di potersi gestire i propri rifiuti, potrebbe ad esempio produrre metanolo e cedere idrogeno alla vicina vetreria Zignago; quello proposto per Rosignano, invece, potrebbe produrre etanolo utile ad alimentare la produzione di plastica nell’area Solvay (dove opera un’industria di settore come Ineos, ndr); Eni invece ha proposto un impianto in grado di produrre metanolo come addittivo per le benzine, all’interno della raffineria di Stagno. Tutte queste proposte non sono vincolanti, né è necessario realizzarle tutte: verranno sottoposte a Valutazione ambientale strategica (Vas), che inserirà un tetto a corrispondenza del fabbisogno regionale di trattamento di rifiuti urbani e speciali, un tetto che verrà poi considerato in fase di autorizzazione dei singoli impianti. Ma accanto a queste valutazioni tecniche, per la Regione resta fondamentale ascoltare il Comune candidato ad ospitare l’impianto, perché non vogliamo ripetere una stagione di guerre in tribunale: i processi di transizione si fanno condividendoli con le persone, non con le imposizioni».

Un approccio cui non sfugge neanche il destino del termovalorizzatore di Livorno: «Io non ho alcun pregiudizio sui termovalorizzatori, anche questi sono impianti utili all’economia circolare e io sono tra coloro che hanno provato a realizzarne uno nella Piana fiorentina. Ma come abbiamo visto è difficilissimo realizzare nuovi termovalorizzatori, mentre noi abbiamo urgenza di impianti. Un conto è proteggere gli impianti esistenti, cosa su cui sono molto d’accordo, come sta accadendo nella Toscana del sud dove il territorio ha fatto questa scelta ed è stato sostenuto dalla Regione. Su Livorno (e Montale) ho in programma un tavolo di confronto coi rispettivi Comuni per capire meglio il da farsi: non avrò un approccio muscolare ma il confronto serve, contando che non possiamo continuare ad aumentare il ricorso alle discariche, siamo in crisi energetica e la carenza impiantistica ha riflessi importanti sulle imprese come sulla Tari pagata dai cittadini. Se, numeri alla mano, c’è uno spazio per dilazionare i tempi di dismissione degli impianti proveremo a percorrerlo, nell’ambito di un confronto con l’Amministrazione comunale».

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