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La crisi climatica sta già cambiando l’agricoltura nazionale

Mentre gli agricoltori in protesta sono riusciti a ottenere una prima, almeno momentanea “vittoria” nello scontro con l’Unione europea, accusata di essere l’incarnazione della transizione ecologica, la crisi climatica sta già presentando un conto salatissimo nei campi italiani.

Gli eventi meteo estremi sono costati danni per 6 miliardi di euro all’agricoltura nazionale nel corso del 2023, e quest’anno non sembra andrà meglio.

«A seguito del monitoraggio costante sui nostri distretti irrigui, stiamo invitando gli agricoltori, in vista delle prossime semine primaverili, a riconsiderare i piani colturali, tenendo conto delle previsioni sull’effettiva disponibilità d’acqua»

A renderlo noto è Paolo Montioni, presidente del Consorzio della bonificazione umbra, con l’associazione nazionale che riunisce i Consorzi di bonifica nazionale che invita esplicitamente i coltivatori umbri a «ripensare cosa seminare».

Quest’inverno in Umbria sta infatti piovendo meno rispetto agli ultimi cinque anni, già difficili, e non è lecito aspettarsi un grande apporto dallo scioglimento della neve, visti i pochi quantitativi ad oggi presenti sui monti.

La tecnologia può venire in soccorso degli agricoltori: il servizio (gratuito) Irriframe incrocia dati colturali e meteoidrologici, suggerendo quando irrigare ed il volume d’acqua da utilizzare per evitare sprechi di risorsa e cali di resa.

Occorre poi investire in nuovi invasi, per aumentare la possibilità di raccogliere la pioggia quando arriva. Se l’acqua non c’è, però, gli invasi da soli servono a poco: di fatto la diga sul torrente Marroggia, in località Arezzo di Spoleto, presenta oggi una disponibilità per l’irrigazione più che dimezzata.

Ma le difficoltà legate al clima non riguardano certo solo l’Umbria, o soltanto la stagione irrigua alle porte. Come spiegato nell’ambito della kermesse Wine&Siena da Simone Bastianoni – chimico dell’ambiente all’Università di Siena, co-direttore del gruppo di Ecodinamica – la crisi climatica mette a rischio l’intera produzione nazionale di vino.

«Se non cambia niente, se non si fa niente, se si prosegue business as usual – afferma Bastianoni su Italia Oggi – Le temperature si alzeranno e le proiezioni climatiche, più o meno al 2.100, dicono che l’Italia è un territorio dove il vino non si potrà fare più. Si salverà soltanto qualche pezzetto di paese. E se si va avanti così, gli effetti saranno sempre maggiori. Perché più passa il tempo, peggio diventa».

In un simile scenario, le proteste degli agricoltori sono legittime nella misura in cui chiedono un equo riconoscimento economico per il loro lavoro e per i loro prodotti, ma rischiano di configurarsi come la proverbiale zappa sui piedi quando si concentrano sugli obiettivi della transizione ecologica, che sono pensati proprio per aiutare a sostenere il comparto agricolo nel lungo periodo.

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Written by redazione

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